Le cave di Francofonte

Le cave di Francofonte

Fino agli anni ’90 del secolo scorso, vi è stato lo sfruttamento delle cave di tufo e arenaria — chiamate in dialetto “a’ cava”. Esse si distinguevano dalle “pirrere”, luogo questo, utilizzato per estrarre la pietra lavica. Le cave hanno rappresentato per Francofonte e i dintorni una risorsa fondamentale, sia dal punto di vista economico sia da quello edilizio.

Le tecniche di estrazione

I cavatori, detti pirriaturi, lavoravano anticamente con strumenti manuali. Il più caratteristico era la lunga sega a due manici, costruita appositamente per il taglio del tufo, con la quale si ricavavano blocchi regolari direttamente dalla parete.
Con il passare dei decenni, arrivarono le seghe a motore a scoppio, che permisero di accelerare il lavoro e ridurre la fatica. Nell’ultimo periodo, prima della chiusura delle cave, si introdussero macchinari meccanici complessi specifici per il taglio dell’arenaria, capaci di produrre grandi quantità di materiale con maggiore precisione, anche se con meno artigianalità rispetto al passato.

I blocchi estratti

– ” U cintinaru”: anticamente il blocco tipico aveva un peso di circa 70 kg, richiedendo grande sforzo fisico e più persone per il trasporto.
– ” U pezzu”: ancora oggi, nel linguaggio comune dei muratori e costruttori è il nome che si dà al singolo blocco, termine che sopravvive come eredità diretta della tradizione locale. Esso del peso di circa 30 kg, risulta più pratico da maneggiare e utilizzare in edilizia.

Poi c’erano le forme speciali simili ai “bolognini” questi erano blocchi più piccoli; non mancavano le cave con pietra pregiata (pietra bianca di Palazzolo).

Un’eredità culturale

Le cave non erano solo luoghi di lavoro: attorno ad esse ruotava un mondo fatto di linguaggi, mestieri e comunità. L’odore del tufo appena tagliato, il rumore secco delle seghe, la polvere finissima che entrava nella pelle, le squadre di cavatori che collaboravano fianco a fianco hanno lasciato una memoria viva, che si ritrova oggi nei racconti degli anziani e nei resti delle cave ormai silenziose.

Il materiale estratto veniva impiegato in case rurali, stalle, muri a secco, palazzi, chiese, abitazioni, ponti e strade, contribuendo a dare un volto riconoscibile all’architettura locale. Così, anche se le cave hanno smesso di funzionare negli anni ’90, il loro segno resta inciso nelle costruzioni e nel linguaggio del paese.

Paolo Gallo. Settembre 2025. © Paolo Gallo. Tutti i diritti riservati.
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Paolo Gallo
Autore e studioso di storia, tradizioni e memoria collettiva di Francofonte.
I contenuti pubblicati si basano su ricerche storiche personali, raccolta di testimonianze orali, fonti d’archivio locali e tradizione popolare siciliana, con finalità di divulgazione culturale e conservazione della memoria storica del territorio.

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